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Fino a pochi decenni fa il termine autolesionismo era conosciuto e diffuso esclusivamente tra coloro i quali lavoravano a stretto contatto con la sofferenza ed il disagio psichico; la conoscenza circa questo fenomeno era assai limitata e i mass-media dedicavano pochissimo spazio all’approfondimento della tematica.

Da qualche anno a questa parte, però, abbiamo assistito alla diffusione di fiction e film, riguardanti soprattutto giovani e adolescenti, in cui il tema dell’autolesionismo risulta sempre più centrale.

In effetti, questi programmi hanno avuto il merito di far conoscere, almeno superficialmente, al grande pubblico l’esistenza di un tema certamente delicato che purtroppo riguarda una fetta non trascurabile della popolazione (secondo uno studio dell’Affinity Healthcare  del 2008 potrebbe riguardare il 32% dei giovani Statunitensi).

Fino ad ora, l’autolesionismo è stato considerato dalla psichiatria ufficiale come un particolare sintomo tipico di alcune patologie, come il Disturbo Borderline di Personalità, ma sorprendentemente il DSM-IV-TR, non utilizza il termine self-harm, ma bensì self-mutilation, nonostante la frequenza di atti di mutilazione verso il proprio corpo sia assai rara. Nel DSM 5 l’autolesionismo assume una categoria diagnostica a sé stante e viene diagnosticato quando: “nell’ultimo anno, in cinque o più giorni, l’individuo si è intenzionalmente inflitto danni di qualche tipo alla superficie corporea in grado di indurre sanguinamento, lividi o dolore (per es. tagliandosi, bruciandosi, accoltellandosi, colpendosi, strofinandosi eccessivamente), con l’aspettativa che la ferita porti a danni fisici soltanto lievi o moderati (non c’è intenzionalità suicidaria)”.

Tale definizione si sviluppa grazie agli studi che si sono concentrati sul fenomeno in maniera sempre più massiva negli ultimi anni.

Pattison e Cahan (Drappo, Casonato, 2005) distinguono i gesti autodistruttivi in base al potenziale di letalità, la direzionalità e la ripetitività, identificando tre categorie:

1) Automutilazione:atto drastico e grave che ha come conseguenza un danno corporeo permanente;

2)  Autolesionismo stereotipato: atti stereotipati, automatici  movimenti ritmici che possono provocare lesioni al soggetto;

3) Autolesionismo superficiale moderato: meno grave degli altri consiste in manifestazioni tipiche quali bruciarsi, tagliarsi, graffiarsi, ecc. Favazza (Drappo, Casonato, 2005) in quest’ultima categoria distingue due sottotipi in base alla frequenza e all’importanza che gli atti assumono nella vita della persona:

a)Autolesionismo superficiale compulsivo: atti ripetitivi simili alle compulsioni tipiche del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, aventi quindi l’obiettivo di abbassare il livello d’ansia del soggetto;

b)Autolesionismo superficiale impulsivo: atti saltuari o episodici che tuttavia possono divenire compulsivi in caso siano presenti particolari fattori di mantenimento.

Lo stesso Favazza nel 1989 (da Rossi Monti, D’Agostino, 2009) definisce l’autolesionismo compulsivo come “un comportamento ripetitivo solitamente non letale né per severità né per intento, diretto volontariamente a ledere parti del proprio corpo come avviene in attività quali tagliarsi o bruciarsi”.

Analizzando la definizione di Favazza è possibile notare come l’autore sottolinei come il comportamento autolesivo si distingua da quello suicidario. A tal proposito, il self-injurious behaviour solitamente non è letale, anche se le conseguenze di tale azione non sono sempre completamente sotto il controllo del soggetto. 

Ougrin, Zundel, Kyriakopoulos e Banarsee (2011) distinguono infatti tra suicidal e non-sucidal self-harm, considerando comunque l’autolesionismo come il maggiore predittore della morte in seguito a tentato suicidio.  Gli autori hanno rilevato profonde differenze tra gli adolescenti con pratiche suicidarie e non, in particolare, i primi presenterebbero una prognosi più sfavorevole.

Inoltre, Walsh e Rosen (Drappo, Casonato, 2005) hanno elencato le  principali differenze tra autolesionismo e tentato suicidio come riportato in Tabella 2.

In effetti, l’autolesionismo sarebbe un comportamento, in un certo senso, opposto al suicidio: più precisamente lo scopo del taglio non sarebbe morire, ma bensì tentare di reintegrarsi nella società, alleviando le ansie e i sentimenti di depersonalizzazione e di derealizzazione, mediante un’azione in realtà poco funzionale, ma in grado di ristabilire l’omeostasi all’interno dell’organismo. Ovviamente ciò non significa che questo comportamento sia appropriato e funzionale.

Variabile Suicidio Autolesionismo
Causa Sofferenza psichica insopportabile Dolore intermittente
Sollecitazioni Bisogni psicologici frustrati Bisogni psicologici procrastinati
Scopo Ricerca di una soluzione Ottenere sollievo momentaneo
Risultato Morte Alterazione della coscienza
Emozioni Disperazione e solitudine Alienazione
Atteggiamento interno Rassegnato Ambivalente
Stato cognitivo Rigido Frammentato
Effetto Fine Reintegrazione

   Tabella 2

Per comprendere e analizzare in maniera non superficiale questo sintomo è necessario comprendere i fattori che influiscono sull’esordio del comportamento.

Innanzitutto si deve tenere conto del fatto che questo disturbo si manifesta più frequentemente negli adolescenti (l’età di esordio è generalmente compresa tra i 12 e i 24 anni), ovvero durante una fase del ciclo di vita particolarmente delicata, in cui i soggetti non hanno ancora costruito un’identità stabile poiché gli aspetti corporei e quelli psichici non sono né integrati in modo armonioso né pienamente accettati e compresi. Tale condizione scatena una minore accettazione del sé che, se accompagnata da alcuni eventi negativi e scarse capacità di coping, può provocare gesti autodistruttivi verso il proprio corpo come appunto il cutting. Allo stesso tempo questi specifici comportamenti possono essere considerati come un tentativo disfunzionale di possedere il proprio corpo e di riprenderne il controllo.

Alcuni autori (Drappo, Casonato, 2005) hanno dunque elencato un serie di fattori precipitanti tipici delle storie di autolesionismo:

  1. difficoltà nello stabilire relazioni intime con i pari;
  2. perdite e lutti recenti;
  3. alienazione corporea (dovuta ai rapidi cambiamenti tipici dell’adolescenza).

Oltre a questi fattori prossimali è possibile individuare alcuni fattori predisponenti che possono influire sullo sviluppo di questo sintomo, possiamo dunque ricordare:

  1. lutti familiari;
  2. abusi o violenze fisiche, psicologiche o sessuali;
  3. salute cagionevole durante l’infanzia;
  4. perdita di un familiare per abbandono;
  5. comportamenti impulsivi e aggressivi in ambito familiare.

Tali esperienze possono indurre nel soggetto un stato cronico di vulnerabilità e una tendenza a rispondere con una modalità impulsiva e autolesiva, spingendo il soggetto ad identificarsi nel ruolo di vittima (Drappo, Casonato, 2005).

Drappo e Casonato (2005) ipotizzano l’esistenza di un ciclo dell’autolesionismo. Tutti i soggetti prima dell’autolesione seguono un percorso comune, in cui una situazione di stress causa una tensione insopportabile che prosegue in una sensazione di depersonalizzazione (ovvero un’esperienza persistenze di sentirsi un osservatore esterno di se stesso). Il soggetto, per motivi diversi, decide di tagliarsi: il dolore fisico derivante dal taglio scatena una produzione ormonale da parte delle ghiandole cortico-surrenali e ciò interrompe bruscamente lo stato di obnubilamento ed induce uno stato emotivo più gradevole che può durare anche molte ore. Tuttavia, al momento in cui le sensazioni positive indotte dal taglio svaniscono il paziente sente il bisogno di ristabilire l’omeostasi, specialmente qualora sia necessario affrontare una nuova situazione stressogena. L’autolesionista inizia quindi a ricordare le varie situazioni in cui per risolvere il problema ha fatto ricorso alle pratiche di self-harm, ma allo stesso tempo cerca di trovare buoni motivi per non farlo diventando incapace di pensare ad altro se non al taglio. L’angoscia e le tensioni dovute alla situazione di ambivalente si intensificano e si vanno a sommare all’ansia scatenata dalla situazione di distress provocando un nuovo stato di depersonalizzazione e dunque il taglio.

Alcuni soggetti sostengono addirittura di non ricordare nulla circa il momento del taglio e dunque di agire come in uno stato di trance, in cui l’impulso all’autodistruzione sembra avere il sopravvento senza la minima possibilità di controllo volontario.

Fondamentale il riferimento agli stati di depersonalizzazione, l’autolesionismo, infatti, può essere riscontrato in stati psicologici molto differenti, ma la maggior parte dei soggetti affetti da questa patologia presentano sintomi tipici degli stati di depersonalizzazione, della Depressione Maggiore e instabilità emotiva.

Alcuni autori (Allison, McCabe, 2010) hanno cercato verificare se lo Stile di Coping  può essere considerato come un mediatore tra i sintomi depressivi e l’autolesionismo. In realtà, tra gli stili di coping maladattivi solo l’Isolamento risulta correlato con il self-harm. Lavorare su questa particolare abilità, pertanto, può essere fondamentale per progettare un intervento psicoterapico efficace.

E’ inoltre possibile ipotizzare che l’Autolesionismo si configuri come una risposta maladattiva allo stress al momento in cui la persona non sia dotata di uno stile di Coping più adattivo.

Rossi Monti e D’Agostino (2009) hanno invece identificato sei organizzatori di senso in grado di spiegare la motivazione sottostante il gesto del taglio, mediante uno studio che coinvolgeva 62 pazienti affette da autolesionismo. Alle pazienti veniva chiesto di scegliere tra un elenco di motivazioni, quali di queste spiegassero meglio le cause del loro gesto. Le risposte più frequenti furono:

1)concretizzare: ovvero commutare uno stato psichico in uno stato fisico; le ferite diventano una metafora del dolore psicologico che risulta per le pazienti inspiegabile e incontrollabile;

2)punire-estirpare-purificare: il taglio è un mezzo per punire ed estirpare la propria colpa, o a causa di un corpo che cambia e che non si riconosce più o in altri casi in seguito al senso di colpa derivante da un abuso;

3)regolare la disforia (il malumore): il taglio, grazie alla liberazione di ormoni da parte delle ghiandole cortico-surrenali, permette di alleviare le tensioni a favore di uno stato psichico positivo, allo stesso tempo il dolore fisico consente di interrompere lo stato di depersonalizzazione in cui il soggetto verte;

4)comunicare senza parole: nonostante molti soggetti tendano ad auto infliggersi ferite in condizioni di isolamento e tentino di nascondere le cicatrici, il taglio permette al paziente di rendere visibile il proprio malessere e di comunicare indirettamente ai familiari la presenza di un disagio;

5)costruire una memoria di sé: la cicatrice, così come il tatuaggio, è in grado di fissare momenti topici della vita e di mettere un punto fermo nel tentativo di fermare il tempo;

6)volgere in attivo: l’autolesionismo è un modo per sentirsi attivi nella propria vita e per adattarsi all’ambiente cambiando se stessi tramite la propria pelle.

Al di là del significato intrinseco del gesto, ciò che è importante è non ritenere l’autolesionismo come una via di uscita, bensì come una strategia maladattiva da cui si può uscire. Non sentirsi soli e chiedere aiuto è il primo passo verso il traguardo di un nuovo benessere psichico.

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